Torna a Spazio Mef >>
mercoledì 22 febbraio 2012

Convegno annuale SIMeF 2011

di claudia piccinelli - 7 novembre 2011

Si è svolto a Viterbo il Convegno annuale SIMeF, nelle giornate del 14, 15, 16 ottobre 2011, dal titolo: – Le libertà del mediatore-.

Il discorso ha preso avvio dall’assunto fondamentale che la mediazione è un mettersi in gioco nella relazione con gli altri, relazione che prevede una interazione “trialogica” dei partecipanti, idealmente riproposta nel “trialogo” avvenuto tra i relatori della prima giornata.

La seconda giornata si è concentrata sulle parole della libertà, responsabilità, volontarietà, cooperazione, che connotano la mediazione e che fanno di essa un intervento specifico di sostegno alla genitorialità.

La terza giornata è stata infine un “mettersi in gioco” nella relazione tra partecipanti al convegno, in un gioco di società tra colleghi quale metafora del “mettersi in gioco” della mediazione.

Noi della redazione di Mediazioneblog vi proponiamo alcune idee prese dal convegno in una libera interpretazione e personale rielaborazione di quanto abbiamo sentito e che più ci ha colpito, piaciuto ed interessato. Rimaniamo ovviamente aperti ad integrazioni, commenti e interpretazioni diverse dei contenuti esposti.

Il “trialogo” della prima giornata si è svolto tra relatori che hanno delineato il tema ciascuno dal proprio ambito di riferimento: il Professor Francesco Botturi, Ordinario di Filosofia morale (Università Cattolica di Milano), il Professore di Psicoterapia e Psicopatologia (Università Cattolica) Corrado Pontalti e il Dott. Maurizio Ceccarelli, psichiatra e docente SIMeF.

In particolare le tre aree tematiche del “trialogo” hanno fatto luce sui concetti di libertà e di legame e sul loro rapporto con l’area filosofica; sul rapporto tra libertà e relazioni interpersonali per l’area di pertinenza psicologica; sulle libertà individuali e sistema sociale, per l’ambito socioculturale.

La libertà e il punto di vista filosofico:

Per l’area filosofica la relazione ha preso l’avvio dal noto racconto dell’anziano saggio che chiede a Dio di poter vedere l’inferno e il paradiso, richiesta esaudita per il pio uomo che l’indomani si trova davanti alle due identiche porte dell’inferno e del paradiso. Entrato nella prima si trova innanzi una vasta sala allietata da musica e viene avvolto da deliziosi profumi provenienti da una tavola imbandita di ricche e gustose pietanze. I commensali però sono magri e sofferenti e l’uomo si domanda da dove provenga tanto disagio. Ad una osservazione più approfondita si accorge che i convitati hanno, legate ai polsi, delle posate troppo lunghe per poter essere utilizzate nella funzione di portare il cibo alla bocca.

Non avendo altro da vedere che il vano tentativo di nutrirsi da parte dei presenti, l’uomo esce dall’inferno ed entra nella porta del paradiso. Anche nel paradiso la stessa musica, gli stessi profumi e la stessa tavola imbandita, ma qui i commensali sono sereni e conversano amabilmente, pur avendo legate ai polsi le stesse lunghe posate che avevano i dannati dell’inferno. L’uomo presto si accorge che in questa sala del paradiso i commensali usano le loro posate per portare il cibo alla bocca del vicino.

Dunque la condizione dell’inferno non riguarda “gli altri”, (Botturi ricorda Sartre – l’inferno sono gli altri – in questa definizione giudicata “un po’ calunniosa”), ma il rapporto con gli altri, laddove non vi sia nutrimento reciproco.

Queste posate legate al braccio rappresentano dei “legami necessari” e inevitabili che si differenziano dai “legami elettivi”, che la libertà può istituire o può non istituire.

La qualità delle relazioni non dipende dal fatto che ci siano dei legami o dalla loro necessità, ma da come ci si conduce nei confronti dei “legami elettivi” nello spazio di libertà in cui ci si viene a trovare.

Venendo quindi alla domanda di apertura, relativa alle “definizioni” dei legami, vengono qui proposti diversi tipi di legame: legami costitutivi della relazione, legami appellativi, che chiamano in causa l’altro, cui si può rispondere o non rispondere, pensando solo a sé o anche all’altro e legami produttivi o improduttivi. E da qui si viene a delineare una libertà che è tale in quanto aperta anche al suo contrario, ma una libertà del “paradiso relazionale”, che è una libertà cooperativa e generativa.

Finire all’inferno significa trovarsi in una condizione di “incattivimento”, derivante anche dal fatto di detenere delle convinzioni sbagliate sull’idea di libertà, idee sbagliate, che, dice Botturi, ci mandano all’inferno.

In relazione a queste idee, con riferimento a J. S. Mill, prende forma il concetto di libertà.

Nel Saggio sulla Libertà Mill dice: “Il solo aspetto della propria condotta di cui ciascuno deve rendere conto alla società è quello riguardante gli altri: per l’aspetto che riguarda soltanto lui, la sua indipendenza è, di diritto, assoluta. Su se stesso, sulla sua mente e sul suo corpo, l’individuo è sovrano”.

Definizione, dice Botturi, suggestiva e che tutti sottoscriverebbero, che comprende autodeterminazione sul corpo, sulla vita, sulla malattia. Secondo questa definizione gli altri sono il confine della propria libertà. Diventa importante la parola confine, in quanto linea che suddivide due realtà che si presume distinte, ciò che riguarda solo sé e ciò che riguarda gli altri. La libertà personale, nella concezione di Mill, incontra negli altri il proprio limite. Se la libertà deve certamente poter avere dei confini, questi non necessariamente devono essere una separazione, al contrario, nella libertà di Mill, tra le due libertà personali non c’è spazio condiviso, né relazione tra libertà come libertà. Questo, dice Botturi, <è un grande equivoco> del teorico dell’individualismo liberale classico. Ma l’individualista non è colui che non cura le relazioni, al contrario c’è una cura particolare delle relazioni, delle quali bisogna rendere conto agli altri, “tenerle in conto”. Le relazioni sono dunque qualcosa di strumentale, qualcosa di cui fare i conti e bisogna che i conti tornino, come se le relazioni fossero degli oggetti, da mantenere in uso in un esercizio di efficienza. L’individualista è colui che considera le relazioni come non pertinenti alla propria identità, in quanto è separabile il confine tra ciò che riguarda le relazioni e ciò che riguarda se stessi, il proprio corpo, la propria mente. Nella propria mente una persona non entra in rapporto con gli altri, pensando a qualcosa nella solitudine più totale. Questo non è vero, la linea di confine non è tracciabile, le relazioni non sono oggetti, qualcosa di cui fare di conto. Mill propone un rapporto tra libertà sovrane, tra individui sovrani ognuno nella propria libertà, come se si trattasse di un diritto internazionale, dove ciascun sovrano fa i conti con un’altra sovranità, dove si procede per convenzioni, per rapporti di forza, dove non c’è spazio per una condivisione. Il legame è pensato come una concessione di una quota di sovranità e ogni stato si trova a fare i conti sul confine.

Botturi pone la domanda se e quale sia l’alternativa a questa concezione individualista delle libertà sovrane e la individua nella spontanea armonia di libertà, che consiste nell’assunzione ragionevole della necessaria relazionalità.

Ragionevole in quanto esiste un punto di intersezione tra libertà e relazione, intersezione cancellata da Mill, al posto della quale l’individualista traccia una semplice linea di confine. Questo spazio di intersezione è ciò che rende necessario un lavoro. La relazione è lavoro, la pratica concreta ricca di promessa e di fatica che è la libertà stessa. La libertà entra in relazione come lavoro. Pensiero opposto a quello di Mill a tal proposito è quello di Hanna Arendt “la presenza di altri, che vedono ciò che vediamo e odono ciò che udiamo ci assicura della realtà del mondo e di noi stessi”. In questa concezione opposta alla precedente l’uomo ha bisogno degli altri per arrivare a se stesso, ha bisogno del riconoscimento degli altri, che avviene nel momento in cui è ospitato dagli altri nella mente, nel pensiero, nell’interazione, nell’atto di volontà, nell’affetto.

Riconoscimento che non è asservimento, non è un modo di invadere l’altro o di circuire l’altro, ma è un ospitare l’altro nella sua libertà, di rivolgersi all’altro nella sua libertà. Abbiamo sperimentato la libertà quando qualcuno si è rivolto a noi nella nostra libertà.

Punto di intersezione tra le libertà si trova nel riconoscimento della relazione tra le libertà. Questo incontro pone una reciprocità, una simmetria, che rende possibile l’alleanza. Questo spazio di alleanza è uno spazio di lavoro. Lavoro che applicando un’energia è in grado di produrre una trasformazione benefica. La prospettiva di novità benefica è il compenso che la relazione ha in se stessa fin dal suo nascere.

Nel momento in cui lavoro inizia, il dubbio e l’incertezza lasciano il posto alla speranza ragionevole di un futuro migliore.

In questo sta la generatività delle relazioni.

L’impoverimento dell’idea di libertà dipenda dalla riduzione dell’idea di libertà, riduzione che deriva dalla scomposizione dell’idea di libertà.

L’occidente ha ridotto l’idea di libertà al potere di scelta legato all’individualità: “io sono sovrano e posso decidere”, in una esaltazione parossistica della libertà d’arbitrio, dove ogni cosa ha valore in quanto derivante da una scelta, dove non si può discutere il contenuto, o merito di una scelta, posto che è stata fatta una scelta, con il rischio che la libertà diventi un formalismo, una libertà estrapolata dal contenuto: non si discute ciò che si è scelto anche se la scelta porta a stare male.

Ma chi è veramente libero non deve scegliere, la libertà ha la sua radice profonda nell’autonomia, o avere a disposizione se stessi, di esistere, di affermarsi, nel senso nobile dell’indipendenza. Ci si può rapportare agli altri come indipendenti, “sovrani” non barricati nella sovranità.

Libero è colui che non dipende da nulla se non da se stesso: non vuol dire individualismo, ma responsabilità. Essere autonomi significa poter decidere senza dover scegliere, se scegliere significa una scelta esclusiva dell’alterità e quindi limitativa della relazione.

Se dispongo di me stesso come autodisposizione radicale riconosco anche il senso dell’altro, non in una sovranità, come vorrebbe la visione di Mill, ma in una relazione in cui ciascuno è primus inter pares, come lo erano i cavalieri della tavola rotonda, non signori o servi, ma pari che mettono la propria signoria in comune cooperazione.

Da qui diventa facile cogliere l’esperienza del bene.

Al contrario la scelta è a rischio di “impazzire” nel momento in cui il contesto relazione-bene sparisce, ricordando Dostoevskij si pensi che la pura libertà ha in sé una tendenza suicidaria.

Una delle forme della libertà è la relazione tra libertà e libertà; essa implica il momento in cui si attua la costituzione della relazione come terzo tra i due. La terzietà è già strutturale nella relazione e costituisce un terzo perché chiede un lavoro, una cura.

Se invece le relazioni sono individuali ciascuno vi si può sottrarre senza responsabilità, al contrario ci si aspetta un frutto nelle reazioni in cui c’è un lavoro, in cui ci si mette come in un’impresa da cui ci si attende un frutto.

Il mediatore familiare e più in generale psichiatri e psicologi sono veramente liberi?

La relazione di C. Pontalti pone l’accento sul punto fondamentale dove si colloca il nostro lavoro come mediatori in quanto alla libertà: quali sono le libertà del mediatore e più in generale le libertà di chi opera in questo campo come psichiatra o psicologo, campo in cui appare un “terzo contraente”: la legge.

E’ fondamentale per il mediatore, come in generale per gli altri operatori della salute mentale, domandarsi se e in quale misura siamo “il braccio armato della legge”. Occorre poi domandarsi quanto siamo noi, operatori della salute mentale, ad ostacolare la libertà, quando ad esempio diciamo che un figlio è tutto ciò che è in quanto iscritto nel rapporto con sua madre, con unica figura soltanto.

Dimentichiamo che alle spalle quella famiglia ha una tramatura intergenerazionale delle relazioni e ci limitiamo a considerare ogni coppia come se fosse Adamo ed Eva, quindi diventiamo noi stessi gli organizzatori di quel destino.

Libertà vuol dire non essere vincolati in un rapporto causale di pensiero che individua dei diretti responsabili nelle sole figure materne e paterne. Operazione che ci è richiesta dal “sociale”, in una cultura che dimentica che le generazioni nascono da una storia e che ciò che precede le generazioni sono gli antenati.

Dunque questa cultura senza dei né antenati pone il sacro nelle persone e le considera come unici determinanti di un destino.

Noi operatori dobbiamo chiederci se siamo al servizio di questa idea, se siamo al servizio del sociale e della legge nell’individuare i determinanti di questo processo. E questo accade ad ogni operazione peritale o relazione di idoneità genitoriale nei vari contesti legati all’affido, adozione, ecc.

Dobbiamo essere consapevoli che se siamo il braccio armato della legge “il rischio è giocarsi la libertà dei nostri interlocutori” e diventa necessario un “po’ di lavaggio personale”.

Dobbiamo sapere che siamo una categoria professionale che corre il rischio di non essere completamente libera.

Se noi ci mettiamo dal punto di vista della legge o della norma, dei nostri manuali che pensiamo ci abbiamo dato la competenza necessaria per poter dire ciò che è una coppia normale, togliamo la possibilità di essere il terzo quale organizzatore di un campo gruppale, che parte dal fatto che la relazione è un terzo quale primo operatore simbolico, organizzatore di un campo comunitario, elemento terzo che non è la persona del mediatore o del terpaeuta: organizzando un elemento terzo organizziamo un campo gruppale.

Dove si colloca questo terzo è fondamentale . Il terzo non è una funzione terapeutica, ma un rappresentante della comunità che permette di attivare comunità.

Vuol dire che questo tipo di relazione deve pur fondare una dimensione gruppale per poterla poi vincolare (vedi mediazione) allo sciogliere dimensioni problematiche.

Per poter fondare una dimensione gruppale occorre che si sia fatto cenere della propria idea su come debba essere una coppia, perché i nostri interlocutori hanno bisogno disperato di libertà, cosa impossibile se noi siamo il braccio della legge.

Il costruire un campo gruppale passa attraverso l’accettazione di tutti i sentimenti che noi mettiamo in campo in quanto persone. Dobbiamo arrivare a trovare sistemazioni pratiche, ma di questo dobbiamo rispondere a noi, mai a un tribunale.

Se io sono la voce di un’istituzione non sarò mai il terzo simbolico che fonda un campo gruppale. Non c’è altra possibilità se non fare questa comunità chiamata mediazione, rispetto a cui si trova la forza e l’onestà di trovare soluzioni pratiche.

La libertà in questo luogo è la libertà di essere il terzo che genera la dimensione simbolica.

La libertà e il punto di vista del biologo:

Il punto di vista esposto da Ceccarelli, in quanto psichiatra, è quello del biologo che riflette sui sistemi viventi. Partendo dal modello della cellula, che se non si relaziona con l’esterno muore, appare evidente come la relazione non sia antinomica rispetto al legame, ma libertà e legame sono proprietà della relazione, dove il legame riguarda l’espressione delle funzioni cellulari nel suo ambiente, mentre la libertà riguarda le possibilità espressive della cellula.

Il modello non antinomico di libertà-relazione funziona anche a livello di organismi complessi che soddisfano i bisogni a più livelli, a partire da quelli fisiologici, che si soddisfano all’interno della relazione, senza la quale non c’è libertà di spazio vitale.

Così come mammiferi esprimiamo il bisogno di accudimento, di essere confortati, di attaccamento e di agonismo che si esprimono nella relazione diadica.

Come primati poi abbiamo il bisogno di stabilire coalizioni, ci si coalizza contro un avversario comune, creando strategie politiche che sono proprie solo dei primati, estranee a livelli inferiori della scala evolutiva. A questo livello evolutivo gli individui impiegano molta parte del loro tempo nei comportamenti di pacificazione a seguito dei conflitti.

Come Sapiens è costitutivo della relazione il bisogno di cooperazione, i primati non cooperano, è questa una prerogativa esclusiva della nostra specie, basata sul presupposto della fiducia.

Infine come Sapiens Sapiens abbiamo inventato la cultura, sulla base della quale ci relazioniamo agli altri, anche se non li conosciamo, grazie a canovacci relazionali o copioni sociali culturalmente determinati che ci permettono il passaggio dalla famiglia alla comunità.

Dunque le relazioni non solo non sono incompatibili con la libertà, ma i gradi di libertà aumentano con l’evolversi della cultura e il progredire delle relazioni. Un uomo colto è più libero di uno che non lo è, un uomo che vive in un gruppo è più libero di uno che vive su un’isola deserta.

Il punto di vista del biologo, quello assunto da M. Ceccareli nella sua relazione, individua i bisogni che sostengono la relazione interpersonale diadica (attaccamento, accudimento, agonismo) e quelli che sostengono la relazione gruppale (coalizione, cooperatività), dove la dimensione cooperativa legata alla dimensione gruppale è quella più legata alla riflessività.

Esiste una correlazione tra qualità delle relazioni diadiche e gruppali e gradi di libertà personali. Ovviamente nella relazione di ogni coppia ci sono quote ascrivibili alla dimensione dell’attaccamento/accudimento, dell’agonismo, della cooperatività, ma ogni coppia, come un torta composta da più ingredienti, è prevalentemente composta da un ingrediente principale che la caratterizza, costituendone il gusto di fondo.

Così ci sono coppie organizzate attorno al bisogno dell’attaccamento, sottoposte a fluttuazioni affettive, prive di pariteticità dovuta alla disparità di posizione occupata da chi fornisce/riceve accudimento, consolazione; relazioni centrate sull’agonismo, basate anch’esse su un rapporto impari dominante/dominato; relazioni basate su un bisogno di cooperatività, dove la coppia condivide in maniera paritetica il conseguimento di un obiettivo esterno alla coppia.

In quest’ultima tipologia relazionale la coppia è funzionale al raggiungimento di un obiettivo comune su un piano di perfetta parità, all’interno delle differenze, laddove le differenze sono una ricchezza. Se l’obiettivo comune è il raggiungere la mela sull’albero e la cooperazione impone il salire sulle spalle dell’altro, allora chi sale sulle spalle dovrà essere necessariamente chi dei due pesa meno, non chi ha più potere o il capo se esso è il più pesante.

Nella cooperazione le differenze vengono messe al servizio di un obiettivo comune e sono considerate un vantaggio nel sopperire gli aspetti carenziali individuali.

L’efficacia nel conseguire gli obiettivi rappresenta un progresso nei gradi di libertà dei singoli.

Il terzo nella mediazione interviene nel rapporto con i singoli, non nella relazione tra i due, messa sullo sfondo in questo incontro triadico, ma come elemento che rende possibile e amplifica l’esercizio della pariteticità.

Rendendo possibile il posizionarsi della coppia sullo stesso piano il terzo che entra nel conflitto rende possibile l‘attivazione della cooperazione.

Democrazia e mediazione:

Appena arrivati alla sede del convegno abbiamo appreso con tristezza che non sarebbe stata presente I. Bernardini, impossibilitata a lasciare Milano. Fortunatamente il suo contributo non ce lo siamo persi comunque, grazie a S. Raimondi, che ci ha letto la relazione scritta dalla collega, comunque nata dal loro comune ragionare sul tema della democrazia che le mediatrici di SpazioMef hanno deciso di portare al convegno. In questo loro ragionare si sono servite della consulenza di Caterina Croce per le radici etimologiche, storiche e culturali del termine democrazia.

Abbiamo il piacere di pubblicare l’intervento integrale MF e democrazia

Vedere i piccoli segni della cooperazione:

Il secondo giorno abbiamo sentito l’intervento di C. Marzotto che ci ha parlato della cooperazione come una virtù da conquistare, la quale si rende visibile quando la si pratichi e nella misura in cui si ha avuto modo di sperimentarla.

Non siamo di natura cooperativi, nessuno nasce cooperativo, più spesso appare evidente il suo contrario, la competizione. Come tutte le virtù la si riconosce nei piccoli accordi.

Si può collocare a molti livelli, tra co-mediatori (ove il modello lo preveda), tra colleghi mediatori, nello spazio di reciproco riconoscimento; tra i genitori in conflitto, alle prese con un affido condiviso, dove alla parola diritti si è sostituita la parola responsabilità e, infine, all’interno dei diversi livelli della professionalità del mediatore, dove la mediazione chiede di tenere “a parte” la propria identità professionale di base rispetto a quella supplementare di mediatore.

La cooperatività all’interno della stanza della mediazione si manifesta quando al gruppo composto da mediatore/i, papà e mamma si può assegnare la configurazione di gruppo di lavoro in termini bioniani, dal momento in cui si costituisce a partire da modalità contrattuali.

In questa logica gruppoanalitica tutti i gruppi di lavoro hanno la tendenza a scivolare negli assunti di base: assunti di base di accoppiamento (quando uno dei membri della triade si “accoppia” con un altro, mediatore o altro genitore, per estromettere la terza parte), assunto di base di attacco-fuga (lo vediamo quando un genitore si alza per andarsene e ci si domanda dove sia finita la cooperatività della seduta precedente), assunto di base di attesa messianica, quando ci si aspetta che l’intervento del magistrato sia la risoluzione di tutti i problemi.

Compito del mediatore è tenere il gruppo di lavoro sulle dimensioni cooperative facendo i conti con le ripetute possibilità di slittamento negli assunti di base.

Tra gli elementi che favoriscono la cooperatività sicuramente la formazione è importante. Formazione che permette al mediatore di sapersi riconoscere come terzo, umile e privo di potenza, perché la plenipotenziarietà è dei suoi interlocutori presenti nella stanza.

Elemento facilitatore è la riflessione su quelle che sono le “piccole briciole” della cooperazione, a volte occorre aguzzare la vista e l’ingegno per poterle vedere, riconoscere e infine valorizzare. Favorisce la cooperatività il lavoro di riconoscimento delle differenze reciproche: solo un sano “egoismo” o legittimo interesse personale, che può essere legittimamente diverso, può portare a ritenere utili gli accordi, non certo la motivazione moralistica o il “buonismo” del compromesso o punto di mezzo ad ogni costo che pretende di omogeneizzare le posizioni. Potersi riconoscere diversi è un punto di partenza che può essere più onesto ed efficace.

Aiuta la cooperatività l’attenzione al legame come oggetto terzo, l’essere riusciti ad ascoltare l’altro, nonostante tutto, può produrre la consapevolezza di aver operato nel modo giusto.

La cooperazione può divenire anche elemento di ostacolo, quando essa è cooperazione con l’inviante e va a turbare la cooperazione con i genitori.

C’è infine una filosofia del cooperare che si traduce in comportamenti deontologicamente corretti del mediatore e in una buona pratica: la nomina delle emozioni, la ricollocazione nel tempo e nello spazio di ciò che impedisce oggi di essere cooperativi, il riesplicitare gli obiettivi della mediazione: -”oggi è il terzo incontro, perché siamo qui”-, il rimettere in circolazione le informazioni che ostacolano il procedere della mediazione.

Il lavoro:

Per concludere occorre sottolineare come la dimensione del “lavoro” è un concetto che è stato ricorrente in molti interventi del convegno, trait d’union della generatività delle relazioni di cui parlava il filosofo, della cooperazione di cui parlava lo psichiatra Ceccarelli nelle sue considerazioni bio-etologiche, quale base delle dimensioni gruppali della cooperazione. Dimensione gruppale del lavoro che è stata messa in risalto nella visione di Marzotto con il riferimento bioniano al gruppo di lavoro/assunti di base in mediazione e in quella gruppoanalatica di Pontalti, con i riferimenti al gruppo come “terzo simbolico” e conseguenti implicazioni in termini di libertà del mediatore.

L’ultimo giorno:

L’ultimo giorno si sono chiusi i lavori congressuali con un gioco di società, deciso dal direttivo per una conclusione un po’ diversa per il giorno dei saluti e delle partenze.

Il gioco ha coinvolto gli iscritti in una sessione movimentata, come era stato annunciato dall’ideatore del gioco, F. Canevelli, il quale aveva avvertito: “le fasi in cui sarete comodi e seduti sulla vostra sedia non saranno molte”. Così l’ideatore del gioco ha pensato a una partita che non fosse meramente agonistica, dato il numero di partecipanti, ma un gioco a quota agonistica con premiazione finale quale incentivo per partecipare al meglio, ma prevalentemente un gioco sociale, che ci avrebbe messi a confronto personalmente.

Ognuno di noi aveva una tessera sulla quale si segnavano i nostri gusti che ci avrebbero permesso di stabilire tra di noi delle affinità. I gusti venivano identificati attraverso una serie di foto, 4 gruppi di due foto, rispetto alle quali si esprimeva una scelta. Sulla base delle scelte era possibile compilare un codice del gusto e successivamente formare i gruppi di persone sulla base di ogni codice.

In un secondo momento si sono definiti i ‘vincoli di libertà’, ovvero quali sono le condizioni di appartenenza ai gruppi e se queste condizioni si possono cambiare. Il gruppo poi doveva darsi un nome, nominare il capo, definire quanto il gruppo tollera le differenze.

Trovarsi nel proprio gruppo di appartenenza non è stato rapido, ma comunque facile, la difficoltà è stata nel momento in cui, definite le preclusioni e le aperture del codice, abbiamo dovuto individuare le appartenenze plurime che dovevano essere man mano segnate sulla nostra scheda dal capo di ogni gruppo di riferimento.

Molti hanno attribuito diversi significati e riflessioni in merito a questo gioco e alla libertà di appartenere a uno o più gruppi, vinceva più appartenenze, evidentemente segno di più libertà. Certamente la ‘babele’ che si è creata è stata una buona rappresentazione dello smarrimento che il mediatore familiare talvolta prova quando deve fare i conti con le sue multiple appartenenze professionali.

A parere di chi scrive il convegno poteva essere arricchito da forme di ‘partecipazione’ diversa degli iscritti. Il ritornello di una nota canzone ripeteva: <libertà è partecipazione>, certo non è una citazione dotta come le altre che abbiamo sentito al convegno, ma parlando di libertà viene in mente anche se non si vuole.Così come accade nei convegni scientifici delle altre discipline cui tutti noi apparteniamo (medicina, psicologia, ecc.), dove è possibile inviare abstract e contributi sotto forma di esposizioni orali brevi o di poster, sarebbe bello, nelle prossime edizioni del convegno annuale Simef, vedere istituita una “sessione comunicazioni e poster” dedicata alla presentazione dei contributi degli iscritti. E’ un’idea per la “partecipazione” concreta di tutti i colleghi iscritti al convegno.

Scrivi un commento

Subscribe without commenting

I post piu' recenti